Incanalati in una strada senza sfondo, inesorabilmente.

L’industria del cibo muove le fila, e noi, burattini senza autonomia critica, obbediamo spostandoci da un supermercato all’altro, buttando dentro ai nostri carrelli della spesa, prodotti senz’anima, uguali da Bressanone a Santa Maria di Leuca.

Auspico che le generazioni future possano farsi idee proprie, prive di omologazioni, ma penso sia fondamentale un’attenta opera educativa per i nostri figli perché imparino ad usare il proprio palato e non seguire asettici schemi.  Far assaporare loro il vero gusto di una mela, o di una pera, delle albicocche e della frutta e verdura di stagione, dovrebbe essere la missione di noi genitori affinché questi nostri figli crescano quantomeno con il senso della cultura.

Forse manca anche un “cambio generazionale”, non esiste più la nonna che ti insegna a cucinare, molte delle ricette antiche si stanno man mano perdendo, si girovaga da un libro ad un altro, da un programma ad un altro, senza una vera educazione alimentare.

 

Con i vari distinguo, questa mia premessa, può essere riconducibile anche al mondo del vino. Il gusto delle persone viene ammaestrato come al circo e tralasciando quell’esigua nicchia di appassionati e volenterosi scopritori impegnati in un percorso autonomo di conoscenza, la maggioranza dei consumatori segue, come un branco di pecore, il pastore-industria che canalizza e propone vini simili, studiati a tavolino per incontrare il gusto della maggior parte della gente.

 

In questi giorni ho assaggiato alcuni vini considerati come sovrani assoluti, avendo scritto pagine importanti dell’enologia italiana, che tuttavia oggi, e purtroppo, sono poco più che re fantocci, e aggiungo inoltre la mancanza di coraggio da parte di certa critica di opporsi e valutare con obiettività il contenuto di un bicchiere, esponendo i dubbi e le incertezze del caso.

 

Mi piacerebbe ci fosse una critica più consapevole, meno ipocrita, capace di mettere  da parte i rapporti di pura forma e probabili favori ricevuti.