Siamo sicuri che tutte le storie migliori abbiano un lieto fine?
Tenuta di Fiorano.
Perchè prendere come capro espiatorio questa cantina? Perchè ha scritto pagine importanti della rinascita della cultura contadina italiana dopo le guerre; non me ne vogliano i loro estimatori.
Premetto che non ho un’ampia esperienza con i vini della storica Tenuta di Fiorano, cantina di Roma città, sita a ridosso dell’Appia Antica e dell’aeroporto di Ciampino.
Mi è capitato di bere un paio di volte dei rossi anni ’80, e in tutta onestà, ne ho dei piacevolissimi ricordi. Avevo riassaggiato due anni fa al Vinitaly tutta la gamma, di sfuggita, non ne rimasi colpito, anzi.. mi riservai per questo di esprimere un giudizio affrettato. Sui bianchi più “age”, purtroppo, non ho metro di giudizio, in quanto non ne ho mai conosciuto ne il profumo, ne il sapore. Leggevo tempo fa che un certo Luigi Veronelli, lo definì il miglior vino bianco al Mondo, era un’altra epoca ed erano altre uve -Malvasia di Candia e Semillon- ma non stento certo a crederci. Questa bottiglia l’ho bevuta a tavola con più calma, fasciata.
La tenuta di Fiorano risale alla prima metà del secolo scorso, quando, intorno al 1930, il Principe Alberico Boncompagni Lodovisi, cominciò a produrre vino con uve locali; addirittura sembra che il “Fiorano rosso” sia stato il primo taglio bordolese in Italia messo in commercio. Si, perchè il più famoso “Sassicaia” del Marchese Incisa della Rocchetta, dal 1948 per ben 20 anni, fu consumato solo tra amici e parenti.
Una rinascita del vino italiano partita proprio da questi due uomini aristocratici, i quali frequentavano gli stessi luoghi, ma con idee molto diverse: il Marchese si avvaleva di consulenze francesi, mentre il Principe era più nazionalista, facendo riferimento a nomi di spicco: Tancredi Biondi Santi e Giulio Gambelli.
Proprio il principe nel 1998 decise di espiantare quasi tutti i suoi vigneti, sembrerebbe senza dare una precisa motivazione. Solo un anno dopo dispose di cedere gli ettari rimanenti ad un cugino, il principe Paolo Boncompagni Ludovisi.
L’avvento nella tenuta romana del figlio -Alessandro Jacopo- combaciò con l’arrivo di un professionista, per alzare la qualità dei vini, a sua detta negli ultimi anni scadente.
Qualche anno dopo riuscirono ad acquistare altri 10 ettari più i diritti d’impianto dello zio, seguendo i suoi consigli. L’eredità, alla scomparsa di Alberico, passò tutta nelle mani dei cugini, accaparrandosi un impero di 200 ettari tra vigna, cantina, ulivi, seminativo e pascolo.
Una storia bellissima, dei vini che pur non essendo conosciuti come avrebbero meritato a livello internazionale, hanno segnato un’epoca. Ma oggi? Oggi mi ritrovo nel bicchiere un vino bianco molle, vuoto, senza anima. Un vino spogliato, dove l’uva è un dolce ricordo, con profumi che vanno dalla caramellina dolce allo zucchero filato, dal miele di zagara al frutto tropicale. Come scritto in precedenza, purtroppo, non ho metro di giudizio con i bianchi che si producevano in questa tenuta, ma presumo siano stati molto diversi da questo. Mi chiedo come mai queste cantine, le quali hanno fatto la storia del vino italiano, con concetti sani e rispettosi, si stiano perdendo attraverso una strada opposta, figlia di un mondo dove conta più l’apparire che l’essere. Questo lo dico con profondo dispiacere, perché di grandissime cantine punto di riferimento in Italia, ce ne saranno sempre meno.
