I vini di questa serata sono divisi dalla Gironda.
La Rive Gauche e la Rive Droite.
Cinque di Pauillac e due di Saint Emilion.
Bordeaux è sinonimo di ricchezza e alta borghesia.
Bordeaux è sinonimo di grandi Château e investitori che poco hanno a che fare con il vino.
Bordeaux è sinonimo di status symbol.
Trovare realtà artigiane a Bordeaux è impresa ardua.
Ciò non toglie che negli anni i vini provenienti da questa zona vitivinicola (collina evito di chiamarla) tra l’Oceano Atlantico e la Gironda, hanno sbaragliato il mondo del vino tutto, grazie anche ai critici, i quali hanno gonfiato i punteggi come le labbra e gli zigomi di Donatella Versace. Gli investitori esteri, sopratutto gli orientali nell’ultimo periodo, hanno fatto il resto.
Bordeaux, divenuto status symbol, sta rischiando di cancellare una storia che dura da più di 400 anni. Ci avevano visto lungo gli olandesi, quando attorno al 1600 iniziarono la bonifica delle terre situate a nord della città di Bordeaux, quella che al tempo non era altro che una palude piena di acquitrini, e che successivamente è diventata la culla dei Grand Cru Classé, il Medoc. Un’azione portata avanti nel secolo successivo, così da diventare una zona di monocoltura vinicola. Furono in seguito i prodotti importati a destare maggiore successo del vino, vedi tè e caffè, i quali misero in moto le menti dei viticoltori, trasformando quello che era il “vino di bordeaux” -clairet- pressappoco un rosato, a vino rosso bello e buono, con più ricchezza e sostanza. Ecco, da qui parte la scalata ai grandi vini degli Château.
Il 1855 fu una data importantissima per Bordeaux, in quanto, in occasione dell’esposizione mondiale dei vini di Parigi, venne richiesto a Napoleone III -fratello minore di Napoleone Bonaparte- attuale imperatore, quali fossero i migliori castelli di Bordeaux. Ne furono stilati circa sessanta e suddivisi in cinque gruppi. La scelta non fu solo riguardante la bellezza degli stessi, ma teneva conto della qualità dei terreni da cui provenivano le uve delle varie proprietà, della costanza qualitativa negli anni dei vini, della degustazione dell’annata corrente, e del costo dei vari vini; questo per far si che la classificazione stessa giustificasse i prezzi.
Classificazione:
Premier Grand Cru Classé
In origine erano quattro:
Château Haut-Brion, Château Lafite-Rotschild, Château Latour, Château Margaux.
Solo nel 1973 fu promosso anche Château Mouton Rotschild.
Duexième Cru Classé
Troisième Cru Classé
Quartième Cru Classé
Cinquième Cru Classé
Vini che in qualche modo hanno fatto la storia -assieme ad altre aree vitivinicole- del vino nel Mondo. Vini ricercatissimi, dove molto se ne parla ma poco se ne beve.
Oggi, ma già da un ventennio abbondante, i vini sono sempre più botulinizzati, instradati in direzioni volute da esigenze di mercato pressanti, andando a spuntare prezzi voluti dalle grandi famiglie e dai negociant, ergo distributori/importatori. Altro problema, forse principale, è sicuramente un tipo di agricoltura interventista e affossante verso il prossimo, terreni dove la forma di vita è in rapporto 1 a 1 per chilometro quadrato. Pare che qualche grande Château -vedi Yquem ad esempio- stia passando dal biologico (anche qua potremmo aprire un capitolo) alla biodinamica. Data la disponibilità economica di tali Château, essi possono permettersi tutto, ma non ci si può inventare dall’oggi al domani pensanti verso una pratica che mette in campo più uno stile di vita che un prodotto fine a se stesso. MODA.
Di seguito alcuni assaggi in una serata che fa rimpiangere alcuni grandi vini:
PAUILLAC
Il più leggendario fra i comuni del Médoc. Ridente villaggio dell’ Haut-Médoc che si affaccia sulla sponda sinistra della Gironda. Questo territorio comprende ben tre dei cinque castelli mito della zona: Château Latour,Château Lafite, Château Mouton Rotschild. I suoli sono ghiaiosi e molto profondi, adatti al Cabernet Sauvignon, difatti questo vitigno ricopre per il 65% l’intera area. Alle pendici delle pur basse colline ondulate la ghiaia si mischia con argilla e sabbia. Sensibile è l’influenza dell’Oceano Atlantico.
Grand Vin de Château Latour 1985
Un soffio. A primo impatto sembra sempliciotto, ma col tempo sciorina una moltitudine di strati, continuando a parlare sottovoce. Timido ma con una forza straripante, sta nel suo e non prende a spallate nessuno, ma noi prendiamo a craniate gli spigoli. Sparisce e poi ritorna, per tutta la sera. Cos’è la finezza?! Desiderio.
Château Pichon Longueville Comtesse de Lalande 1988
Se la gioca per sinuosità e finezza col precedente. Ligneo, cedro, spezia orientale. Una struttura lievemente più pronunciata, mascherata da buona freschezza e dinamicità.
Château Lynch Bages 1989
Si esprime poco, e quel poco mostra una vena rustica (venendo da due campioni di eleganza ancora più evidente) grezza la trama tannica, sbruciacchiato e poco propositivo.
Château Lynch Bages 1990
Surclassa l’89 per compostezza e succosità. Un frutto ben nitido a delineare una dolcezza mitigata dal sale. Più rotondo che lamellare, ma scoda sul finale lasciando un lungo retrogusto di buono.
Château Pichon Baron 1990
Altro ’90 altro vino pieno di succo e di frutto. Qua si passa dal pomodoro arrostito alla nitidezza del ribes rosso, dalla grafite alla rosa macerata. Tannino risolto, palato leggero, stirato. Ritorna sul finale un gran bel frutto a dirci che lui sta ancora lassù, e non vuol scendere.

SAINT-EMILION
Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO dal 1999, Saint-Emilion, con le sue cittadine medievali e i suoi pittoreschi paesini, sorge sulla sponda destra della Gironda, a circa 50 chilometri da Bordeaux. Nove comuni compongono la denominazione, su complessivamente 5000 ettari vitati. I vigneti storici si allungano sull’altipiano di argilla e calcare intorno alla cittadina, su una zona di ghiaia, argilla e sabbia, al confine di Pomerol. L’uva che domina questa zona è il Merlot, con il Cabernet Franc subito a ridosso.
Château Ausone 1995
Le sensazioni iniziali sono di yogurt greco e carne frolla, qualcuno esordisce con la frase che rimarrà negli annuali: “Profuma di passera, dopo un turno di lavoro, in filatura a pettine.” Anche se mostra possenza e carattere è di grande mobilità al palato, la tessitura è fitta e compatta, mai aggressiva.
Château Angelus 1996
Moka bruciata, calore importante, ancora caffè, stavolta meno bruciato. Il più giovane d’età ma anche il più giovane in termini di piacevolezza e sviluppo. Spinge tanto sulla tannicità la quale mi blocca l’apertura alare. Un po’ sborone.

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